Lettera a Stelio Rescio

Testo per la mostra “Vincenzo Torcello” presso Il Brandale Centro d’Arte e Cultura di Savona, 1981.

Caro Stelio, mi chiedi di parlare in prima persona del mio lavoro. Ritengo un non senso usare parole per spiegare l’inevitabilità di atti poetici che, per quanto mi riguarda, sono al di qua della parola. È questo che cercherò di spiegarti.
La premessa è che questo scritto non indica una giusta “prospettiva” ma è un canale dove le parole scorrono alla chiusa; nell’emergenza e nel trauma viviamo il passaggio che va dalla cellula allo stupore, dal linguaggio all’uso; scrivere è allora come tenerci bambini per mano, funamboli sull’ellisse di un boomerang. Nei nodi insolubili tra parola e ampiezza dell’immagine e tra coscienza e processo cerebrale, cerco di operare a livello di proposta, di possibilità. Il mio piano di lavoro chiede di essere più vicino alla cellula che non ad una presunta organicità di discorso. Al Brandale presento tessiture di silenzio, di azioni senza parole; semplici rapporti che rimandano l’uso al carattere d’infinità della cosa. E ci si accorge proprio scrivendo una lettera che linguaggio e spazio sono lo strumento e il tessuto di un unico cristallo.
Tendere alla rarefazione dello spazio e all’estrema economia linguistica è un paradosso che fa convivere passione e struttura. Non si è mai parlato di questo anche perché il discorso, se l’intenzione è capita, si riduce a silenzio, vedi un frammento di natura.

Agisco per amore di un aforisma? Per un atto zen? O nel tentativo di risaldare la mia “tensione” al corpo intero del mondo? Certamente non per una ricerca di senso o di sintesi. Perso lo stato d’amore, l’apprensione traccia cerchi esclusivi di ragione o follia. Un istante per dormire, un istante per organizzare, ci si dissolve criticamente insieme a quel corpo che si vorrebbe amare.
In un mondo confuso, liberi dalla filosofia e dalla scienza e attraverso un atto inevitabile e immediato, si ritrova l’alba dell’impulso e della razionalità e una coscienza ripulita dall’incubo dell’informazione. E neppure vuol essere il mio un atto di riflessione che corre alla paralisi per dimostrare la validità di un teorema. La vita nella sua complessità snerva i nostri mezzi e non si tratta di avere le idee chiare ma di intravedere dei complementari giocando con i paradossi che incontriamo ogni giorno, percorrendo il nostro segmento fatto di realtà e di caso.
Vivere è anche saper godere della scintilla che la metamorfosi produce: ecco la matematica dello spirito che non è quella dei numeri. E potrai forse scorgere in queste parole la ragione e il suo vuoto e il perché delle assenze, delle permeabilità che ricorrono nei legni e nelle plastiche che ho lavorato.

Vincenzo Torcello