Quaderni – Vincenzo Torcello, 1978

Nei Quaderni di Vincenzo Torcello una serie di aforismi raccolti qui  

 

L’arte è il bastone del funambolo. Ma poesia e illuminazione vengono dopo la caduta.

 

Si fa delle cose che abbiamo sotto gli occhi un nulla per dire che c’è un senso altrove.

 

La meraviglia è davanti ai miei occhi e dentro di me, nell’apertura che so avere per le cose, in ogni più piccola trasformazione.

 

Come possiamo compensare la rigidità della nostra geometria con la mobilità dell’universo?

 

È importante saper rompere una tazza per rimettere tutto in questione.

 

Dilatare il punto.

 

Il non-mentale è al di là di ogni speculazione pura meraviglia; e questo significa che ogni piccola azione della nostra vita deve avere la tranquillità del respiro.

 

Credere nell’equidistanza dei punti ci rende meno fobici.

 

Un’arte che si rispetti opera ai confini con il vuoto; con lei germina il silenzio.

 

Neppure oggi, vorrei dire: “la vita mi è entrata come un soffio discreto”. I discorsi continuano a dolere. Voglio dire che il domani accentua il suo schema.

 

Quando non si sa più che dire è arrivato il nostro momento.

 

Quanti teoremi per dire che siamo incapaci di vivere nel morbido senza la rigidità del nostro sogno personale.

 

L’impotenza è arenarsi su una frase, ma il contrario può essere vero.

 

Senza poesia nelle mani, dei sogni pesanti e sempre tra i piedi.

 

L’oggetto è perfido quando noi siamo perfidi.

 

La dolcezza nelle mani lievita il mondo e ci restituisce il silenzio.

 

Tendere gli archi e con la loro musica lacerare i tessuti e ripararli: essere già infinitamente oltre.

 

Le pause e i silenzi non sono riusciti a guarirmi. Ho sbagliato a non applicarli a fondo nel concreto.

 

Non troviamo parole, e le azioni non hanno un loro spazio. Abbiamo giocato come in una ragnatela sospesa in un vuoto senza preda. Si vive nell’arroganza o altrimenti nell’ulcera.

 

Osservo un lenzuolo, ogni sua piega è sogno e nel sogno c’è un campo bianco e carnoso. Sono ora presente come in una nuova nascita.

 

Solo l’attesa di un evento psicologico di un altro tipo ci fa sperare.

 

In fondo nelle mie ultime opere non ci sono problemi e l’unico tema è come tenere la fiamma accesa senza esitazioni.

 

Mi sono adoperato a fare implodere ciò che considero la punta del movimento vitale per farla passare attraverso la cruna di un ago. Non ho ripensamenti ma subisco un rigetto.

 

Non era certo mia intenzione assopire un vulcano, ma dare alla sua fiamma una nuova forza.

 

Hanno gridato in tanti e sono abitato da una densità di voci, un gioco di echi che va a carico del sangue.

 

Le mie opere non vanno lette per mezzo della geometria, né alludono ad una sintesi. La struttura e il campo sono il sostegno di un evento psicologico.

 

Non è certo l’azzeramento della cultura ciò che mi interessa, ma di dare a questa la forza e la coesione di certi istanti limite.

 

Trasformarsi è doloroso. Dei profumi rimangono, forme e ricordi, sogni che hanno in noi radici. Ma ciò non è perso, muta in un altro stato.

 

Non ci si giustifica, ci si mette in cammino.

 

Quando i tuoi nervi non reggono più, il tuo gioco cerca di vedere ciò che è davanti ai tuoi occhi.

 

Ogni tanto dai un unghiata ad una porta che è solo una barriera di fumo e credi con questo di fare un buon lavoro. Ma non ti accorgi che questo fumo è la tua stessa infermità che vuoi infondo mantenere attiva.

 

Ci si trova in un labirinto, ma questo labirinto l’abbiamo costruito noi, e solo noi possiamo scioglierlo.

 

Il mondo si propone nelle sue possibilità, ma noi rimaniamo fissi in un fantasticare storico.

 

Non ci si può liberare di qualcosa che è in noi se non piegandone la forza per dirigerla in un altro senso.

 

L’antagonismo ha delle forze, vive in una voglia religiosa, in una affettività che si scinde nel bene e nel male. Ma con la semplice religiosità noi conosceremmo una pratica fioritura.

 

Operando i limiti, il mondo si propone così com’è ora, cioè nella sua interezza. In noi avviene la deflagrazione della parola e dell’ideazione; tutto si propone fuori dal filo discorsivo. La forma e le cose sono se stesse e qualcos’altro. Esse sono funzione di ciò che si distribuisce.

 

Quando noi respiriamo insieme al mondo ci sentiamo guariti. Siamo circoscritti in un punto e dilatati in tutti i punti. Ma neppure allora i nostri rapporti affettivi cessano di torturarci.

 

Per risolvere l’affettività ognuno di noi dovrebbe concedersi alla pazzia, oppure un cuore che non trascende: un cuore senza infinito.

 

In arte è difficile creare qualcosa quando si vorrebbe stare in pace con le cose e con il mondo.

 

Si passa la vita a conferire degli strani effetti alle cose, alle persone, all’universo. In breve si vorrebbe amare o odiare così come i nostri occhiali lo esigono.

 

Che sarei io senza sognare? Il sogno è il rischio che comporta la luce, e poiché l’universo è mutevole, questa luce non può essere che in una metafora che ognuno trasporta. L’assorbimento in Dio dei mistici non è un assoggettarsi alle leggi del creato, ma piuttosto un clima di passività recettiva che contribuisce a ciò che è eternamente mutevole: un’interferenza con il sogno dell’altro.

 

Siamo stanchi, e pensiamo di concedere al verbo una tregua; si cerca pure di conferire all’arte un’ultima realtà mentale che la contenga in un super-concetto con la funzione di un valore assoluto. Ma la riflessione e l’analisi ci hanno fatto crescere una folta barba bianca. Il deserto rimane e le acque non si sono aperte. Ci siamo accaniti su di una metafora e ci ritroviamo ad operare su di un telaio vuoto. Anche il mondo ha avuto un buon rinculo a causa della nostra riflessione. Ma gli eventi si succedono uguali; sono solo meno fluidi e accadono a singhiozzo, così come lo vuole il nostro autismo.

 

Un fuoco che arde, se riflette se stesso, non cesserà certo di ardere. Lo farà comunque finché si manterrà acceso.

 

Ciò che avviene per mezzo della parola e della storia, è spesso al di là della parola e della storia, ed è proprio una deficienza linguistica a toglierci molte speranze.

 

Infondo, ciò che si tiene ancora così attaccati ad un foglio, ad un pezzo di materiale, è il fatto di inseguire un miracolo: “sopprimerci insieme a ciò che è stato il fraintendimento della parola, dell’immagine e della materia in sé stessa, per sentirci rivoluzionati. Non vogliamo l’ignoranza ma vorremo chiudere con i nostri residui filosofici ed ideologici.

 

Il fondamento dell’illusione è sempre davanti ai miei occhi, ma le mie illusioni cercheranno si essere sempre più brevi. Mi farò luce per quanto mi serve.

 

Nel clima di impotenza creativa assistiamo ad un coagulo, ad una troppa lucidità. Se ne deduce che quando si credeva di vivere e di creare eravamo parecchio ingenui. Ma così non è sempre; spesso si amava la vita e non solo un’idea di verità e di giustizia e poco si accettava un’illusione cristallizzata.

 

Ognuno di noi conserva nascosta la speranza di ritrovare il fiume per correre cieco nell’allucinazione collettiva, ed è proprio questo che si vorrebbe evitare, poiché il mondo nello zero è pura meraviglia, pura freschezza inaspettata.

 

Quando in noi vi è una certa forza che si agita, dovremmo saper fare un’indagine per far sì che essa si trovi gli strumenti più idonei per esprimersi. Ma ciò che appartiene alla volontà, intesa come energia che ci giunge dall’esterno, non è a mio avviso classificabile nel temperamento della storia. E’, in un modo assoluto.

 

Saper essere un buon conduttore di forze e all’occasione restituirle al vuoto.

 

Ciò che circola in noi può paradossalmente diventare creativo spogliandosi della sua originaria simbologia e implodendo in un gesto “non di questo mondo”.

 

Ci siamo apprestati ad essere usati come clessidre ed ora vorremo rompere l’involucro ed essere, né un troppo pieno né un troppo vuoto.

 

Ogni centimetro di mondo saprebbe accoglierci fuori dal nostro guscio. Il canto delle creature in una buona modulazione di frequenza.

 

Quando operiamo soli sentiamo salire da un vortice la lussuria. Il mondo sembra polvere di un miraggio di asceti. Ma proprio del nostro astuto impazzimento dobbiamo diffidare. Il mondo spesso non chiede un profeta ma una mano capace.

 

La furfanteria dell’arte è, né più né meno, che il riflesso della furfanteria della vita. L’arte è incomprensibile e addirittura scandalosa per chi predica bene e razzola male.

 

In arte come in tutto ci si crea una situazione, e lì dentro si persevera come in una psicosi necessaria. Per mantenersi l’essere è in fondo necessario ribadire la nostra dissociazione dall’universo.

 

Anche se io cercassi qualcosa che non esiste lo farei esistere per mezzo di un grido. Le astuzie dello spirito tracciano campi imprevisti.

 

La forza animalesca che è in me è stata mal domata. E dove c’è stato errore? Si è trattato l’uomo con l’infermità della parola senza dargli una propria convenzione, senza aderire alla sua necessità di integrarsi con dei giusti movimenti. Per esempio, le parole “razionale” e “irrazionale” non hanno per me un senso se non in un contesto didattico e patetico, oppure strategico.

 

Quando la riflessione sull’arte diventa riflessione sulla materia avviene ciò che si dice non essere più nè carne nè pesce. E’ come se un fabbro o un vasaio scoprissero l’assurdo.

 

Ma cosa s’intende per arte se noi gettiamo il sale su tutto? Appunto non s’intende nulla. La verità anche qui, anche se un po’ più sottilmente, è nell’uso, nell’inevitabilità dell’atto.

 

Quando una tensione non trova un suo sbocco storico per esistere, una sua palese giustificazione, ebbene, questa tensione, potrà essere il nostro stesso miracolo.

 

Non siamo fuori da ciò che si organizza, dall’universo intero, ma certe nostre ingenuità ci appannano gli occhiali. Non superiamo la nebbia dei nostri stessi umori.

 

Anche il più scettico tra noi non parlerebbe più se non portasse in sé un seme credulo, la visione di un Eldorado. Si parla tanto perché non si è mai pensato di aprire veramente gli occhi.

 

Quando furiosi conserviamo la speranza di arrivare all’estremità della vita, sentiamo in noi la certezza di lacerarne i tessuti senza saper più ripararli.

 

Si scrive perché mal sopportiamo certe ossidazioni, siamo un bambino che si cancella. Ci vorremmo risolvere con fedeltà e leggerezza.

 

Quando l’illusione diventa la morale dell’illusione e l’ottica si forma dei contorni precisi, comuni ad un intero popolo, si ha un valore metafisico a sé, un’unità strutturale che si dissocia dall’universo per proliferare in un proprio dinamismo. Ma questo è ancora pensare in termini filosofici. Cioè la mia frase non significa nulla se non la circoscrivo nel sistema che la fa esistere.

Ma allora se la mia intuizione è giusta dovrebbe essere facile per me aprire certe porte, ed è proprio questa un’illusione ancora più grande. Pensare fuori dal proprio gene è come confidare agli altri di essere pazzo. Non si può dire dunque “ora non penso più”, ma si può far sì che la nostra vigilanza diventi un’indicazione concreta.

 

Non è mio compito stabilire, come hanno fatto certi astuti profeti, quale sia il grado della nostra infermità. Il mio compito è di provarci,di essere “gatto e paziente”.

 

Dire: “mi lego le mani da solo perché insegno un’idea di verità e di giustizia”, è il preludio di qualcosa di catastrofico. L’inflessibilità è un pericolo per la vita. Ci si intossica dal mattino alla sera pur di sfuggire all’esperienza del quotidiano, pur di allontanarci per sempre dalla storia e trasferirci in un involucro di nulla o di pura affettività.

 

Un uomo libero è un uomo che si incontra ad ogni istante con il mondo.

 

Essere ricordati come colui che ha parlato senza dire nulla. Ecco una delle poche verità dello spirito quando rivolta e saggezza non hanno più significato.

 

Quando la pratica diventa la nostra unica fede e quando mille sogni sostituiscono un unico sogno, l’energia di ognuno è la ricchezza del tutto.

 

La nostra riflessione ci è utile quando riportandoci allo zero ci apre ad un campo vergine.

 

Si vorrebbe che il tutto fosse da noi sfiorato e non distrutto. Proprio per questo i nostri pensieri spesso non hanno una loro qualità. Sono indicazione e non senso, pura virtualità.

 

Quando si vive si ha volontà, anche se la mente si diverte a spaziare o a giocare.

Quando il braccio delle cose si stende in un non-limite, la volontà è un’infinita possibilità.

 

Il nostro gesto artistico potrebbe sembrare suicida. Siamo fuori. Ma paradossalmente ci verrebbe da dire: “siamo talmente fuori da esserci dentro per sempre”.

 

È giusto trasformarci insieme al mondo. Ma insieme, che lo si voglia o no, implica uno stato d’amore.

 

Quando muore la fantasia e il nostro spirito ingegnoso non si può più parlare di morte dell’arte. Siamo fregati e basta. A meno che il nostro vuoto non ci apra alla vastità di un unico campo.

 

Un artista cesserà di essere assurdo quando cesserà di rincorrere delle giustificazioni che possono rendere plausibile il suo sistema.

 

Che duro prezzo si deve pagare per il nostro borbottio! Ma che imbecille sarei io senza prima aver provato a girare in tondo, senza trovare la via di uscita, proprio ripercorrendo quel monologo maniacale che ho in retaggio da una certa storia. La mia sfida parte proprio da qui, da un vortice di vuoto. Potrei delirare come certi hanno fatto, ma Dio me ne guardi.

 

Se il mio spirito si tracciasse, ebbene, non è vero che io sarei risolto. Nei vuoti opera l’amore.

 

Può essere una grossa ingenuità, pensare che la sintesi storica possa essere la terra promessa. Come è un’ingenuità credere di poter maneggiare delle forze per farle entrare nel proprio quadro asettico. La forza spesso si beffa della presunzione del nostro intelletto poiché nel suo passaggio si traccia una nuova struttura.

 

La ragione può essere dannosa alla vita quando tocca un corpo senza conoscerne la complessità. Cosa ne sarebbe degli umani senza il calcolo che avviene a livello della sensibilità, anche se questo è pericoloso e fallace?

 

Continuo a riflettere e a spegnere in me il fuoco della creazione. Ma di questo non sono affatto convinto, anche se pensassi che l’arte è una stupida superstizione, un cercare di piegare degli eventi con un nostro gesto intimo che manca di pudore; un far subire agli altri la proiezione delle nostre ossessioni e della nostra follia. Prima di deridermi dovrei aver conosciuto lo spazio dell’esperienza e non solo quello che mi è stato progettato.

 

Tocco qualcosa, osservo qualcosa, e già lo spirito, il grande narcisista, scandisce i suoi tempi e si propone in un modo sottilmente erotico. Ma spesso si scava la fossa e mi propone una realtà mentale.

 

Abbiamo cercato attraverso l’arte di aggiustare la posizione dell’arco e la nostra, di essere uno con il nostro oggetto. Ma un vizio ne è nato.

 

Il falso misticismo di coloro che a forza di pensare il mondo ne sono passivamente ed emozionalmente coinvolti.

 

Quando la nostra forza si distribuisce in virtualità, una linea concettuale si traccia tra noi e il mondo; la nostra corrente ha fatto massa.

 

Quando si dice che il mondo è fatto a misura d’uomo, non vogliamo forse dire che noi ne siamo spettatori e che al limite ci si deve limitare a controllare i nostri mezzi di controllo? Eravamo partiti da questa riflessione per correggere il nostro autismo, ma se non si rimane svegli alla fine ci si ritrova a pregare.

 

Quando non c’è sincronismo tra i vari corpi, quello sociale, il nostro corpo e il grande corpo, non possiamo aspettarci che un’ulcera come male minore. Oppure affidarci all’unicità di una forza: quella del bene o del male.

 

Creare vuole anche dire distruggersi insieme, generare l’altro. Ma per poter generare dobbiamo aderire anche affettivamente alla velocità con cui gli eventi si producono. Ed è proprio a questa che noi pensiamo di non poter aderire.

 

Quando non si aderisce la strada più facile è quella dell’irrazionale: è una sorta di conversione religiosa. Il non credente abbraccia la mistica del nulla, e il credente ritrova i suoi simboli. Ma se ciò avviene abbiamo fallito un’importante mediazione e si prepara un colpo basso e un avvenire oscuro.

 

Quando non superiamo il nostro cinismo e continuiamo a scrivere, ebbene, noi brindiamo alla nostra morte.

 

Morire vuol dire giocare con la vita senza mai parteciparvi. Essere dei narcisisti nell’osservare un formicaio, dei Don Giovanni in tutte le cose.

 

La tela di ragno che tesse il nostro spirito paziente, ha bisogno del computer. E questo che vuol significare? Che alla preda non vogliamo più dare la possibilità che gli era offerta dalla natura.

 

L’esattezza è senza scampo, solo un campo può guarirla.

 

Si funziona, e spesso male; la nostra attività è un fuoco d’artificio. La metafisica ha proiettato ombre e insieme a loro si frantuma in ambiguità. Ci mancano delle ipotesi serie, dei piani di lavoro che tengono conto delle nostre concrete possibilità.

 

Quando un popolo è stanco vorrebbe procurarsi dei valori assoluti, vorrebbe la sua pace. Ma quando la forza non circola più correttamente, l’ombra divora l’immagine. Il nostro rapporto con l’oggetto non funziona poiché noi non l’amiamo.

 

Non è un paradosso cercare un silenzio creativo.

 

È meglio essere amorali o avere per sé una morale paralizzante? In un punto interrogativo opera la nostra civiltà; ma questo ci è poco chiaro finché non si sfiora una malattia mentale.

 

Certi pensatori contemporanei sono convinti che la vita di un artista, parallela a quel sogno che è la vita stessa, è come un’ombra fallimentare. Essi sono nello scetticismo, oltre a dei buoni credenti, anche degli abili speculatori di una paventata resurrezione.

 

Si vorrebbe risorgere ma non vogliamo metterci da parte. Si affida così la nostra resurrezione alla parola. Ma questa che fa, senza il suo Olimpo di eroi e di Messia? Risorge solo chi si è rivoluzionato insieme agli alti in silenzio.

 

Quando un’opera d’arte non è speculativa, può sussistere come esperienza pratica ed indicativa, in quanto energia potenziale che si contiene in trasparenza e si sviluppa su di un asse vuoto.

 

Si tratta di pensare la nostra morte o di non pensarla affatto, per vedere le prospettive dell’arte cambiare sotto i nostri occhi.

 

Al di là del desiderio e della paura si trova un utile gesto.